Retribuzioni dirigenti pubblici: il ruolo dei manager nel settore pubblico è fondamentale, determinante per le sorti di un Paese. Per questo è importante che le loro retribuzioni siano concorrenziali con quelle del settore privato, magari non proprio allo stesso livello ma nemmeno troppo più basse: altrimenti c’è il rischio concreto che i più capaci e preparati non lavorino per lo Stato. È la lezione che si può trarre anche dall’esperienza vissuta in prima persona nel Venezuela di Chavez da Baldo Sansò, che in quegli anni era superconsulente del ministero dell’Energia e del Petrolio con un ruolo chiave nella gestione di partite cruciali come le nazionalizzazioni, e che è co-fondatore di Driving Change. La sua vicenda è stata raccontata da Sergio Luciano nel volume Missione impossibile, Edizioni Piemme. Ecco il suo racconto.
Partiamo dal contesto: come si arriva in Venezuela alla scelta di pagare poco dirigenti pubblici altrettanto poco preparati?
Quando Chavez arriva al potere nel 1999, si trova alle prese da un lato con uno Stato piuttosto indebolito, con una tecnocrazia scarsa, scarna, pagata male, ma comunque con un minimo di funzione, di attività e di capacità. Dall’altro con un settore privato che fino a quel momento era quello che dava le carte, perché in sostanza distribuiva la ricchezza dello Stato al popolo. La ricchezza infatti apparteneva allo Stato, che la portava attraverso il petrolio, ma siccome lo Stato non riusciva a distribuire tutti quei soldi a 30 milioni di venezuelani, in qualche modo doveva fidarsi dei privati per poterlo ridistribuire. Per questo i privati riuscivano a ottenere condizioni di ridistribuzione sempre più vantaggiose: in altri termini, tenevano per sé una quota crescente della ricchezza, riducendo quella redistribuita.
Come decide di muoversi?
In questo contesto, Chavez va allo scontro con il settore privato, dicendo: dovete ridurre le vostre pretese, rinegoziare le condizioni economiche in base alle quali lo Stato redistribuisce la ricchezza con il vostro tramite. Per fare un esempio, i privati chiedevano sussidi per produrre il latte, e allora lo Stato diceva: dovete vendere il latte a un prezzo più basso. Era insomma partita una rinegoziazione delle condizioni alle quali il settore privato svolgeva la ridistribuzione della ricchezza proveniente dal petrolio. In questo scontro i privati non accettano la rinegoziazione, e quindi cercano in qualche modo di tagliare la testa al negoziatore, provando a fare un colpo di Stato, anzi tre diverse versioni di colpi di Stato, ma non hanno successo.
Chavez come reagisce?
Chavez a quel punto capisce che non si può più affidare ai privati per redistribuire, perché in qualche modo sta dando i soldi a chi vuole tagliargli la testa. Quindi è spinto a proporre l’idea di redistribuire semplicemente attraverso lo Stato, e inizia una grande campagna di nazionalizzazione. Fa crescere la dimensione dello Stato in modo importante acquisendo le principali società, le grandi società di servizi e di produzione venezuelane che erano in mani private, acquisendole attraverso un processo di nazionalizzazione. A questo punto queste società appartengono allo Stato e lui può fare questa direttamente questa redistribuzione, cercando di far sì che queste società siano efficaci e efficienti e che costino di meno allo Stato di quanto non potesse succedere ai privati.
In che modo cerca di raggiungere l’obiettivo?
Chavez si trova a doversi fidare di una tecnocrazia che era già, come avevo detto prima, scarsa: ma non solo. Lui deve acquisire tanta nuova tecnocrazia dirigenziale per le società nazionalizzate, e così facendo si affida a persone non capaci per gestire questa nuova dimensione dello Stato. Compiute le nazionalizzazioni, infatti, Chavez non si rende conto che un aspetto fondamentale di questa sua rivoluzione è proprio la capacità dei dirigenti pubblici che sono chiamati a farla funzionare. Quindi Chavez in quel momento confonde un tema tecnico con un tema politico. Certo è quasi in mezzo a una lotta di classe, perché la borghesia venezuelana ha cercato più volte di toglierlo di mezzo con diversi colpi di Stato. Quindi si sente attaccato, non si fida. In questi casi per qualunque politico la cosa più importante, più che l’efficienza, è la lealtà. Lui ha un bisogno importante di gente che considera leale, o almeno non nemica. La società comincia a dividersi fra chi ha soldi ed è benestante, anti-Chavez, e chi non ha soldi, ed è chavista.
Quindi paradossalmente Chavez non si fida dei manager preparati?
Quando una persona era educata nelle università americane, Chavez era abbastanza sospettoso, perché probabilmente era liberale, neoliberale, di destra e così via. Lui invece di prendere uno capace cercava di scegliere persone con cui non corresse alcun rischio, anche se non erano quelle più brave. Quindi, per questo fabbisogno politico di trovare la lealtà, assegna incarichi di altissima responsabilità a persone che non erano capaci. Ma avrebbero potuto essere bravi e anche leali, perché no. Poi c’era un altro discorso più ideologico.
Vale a dire?
Chavez si porta dietro l’idea dell’uomo nuovo, che secondo lui è un uomo buono. Quindi dice che l’uomo nuovo non è egoista, non va dietro i soldi, e che quest’idea di diventare ricchi o di fare tanti soldi o avere tanti beni materiali non appartiene all’uomo nuovo. Afferma di non voler seminare questi valori nella società venezuelana, di voler fare a meno dello stimolo del materialismo. Così facendo non si preoccupa di assicurare un alto livello di vita borghese alla tecnocrazia venezuelana. Gli stipendi anzi erano miserabili, quindi chi andava a lavorare per uno stipendio miserabile? Non la persona capace e onesta. Sicuramente una persona capace e onesta non lavora per uno stipendio miserabile. Una persona capace e onesta vuole portare il pane a casa e vivere il meglio possibile. Invece i posti importanti erano sempre affidati o a incapaci o a disonesti, e molte volte tutte e due le cose.
Altro che uomo nuovo…
Lo Stato si è riempito di persone che erano gli uomini più vecchi del mondo, i più egoisti. Gente che era molto facile preda della corruzione, perché dall’altra parte della barricata c’era il nemico potenziale politico di Chavez, il settore privato, che continuava a riprendersi i soldi dello Stato, a tenersi una grossa fetta della ricchezza, questa volta attraverso uno Stato debole con cui contrattavano da una posizione di forza. Non erano più i distributori diretti, però contrattavano con loro termini molto favorevoli per i privati, perché l’opposizione e la resistenza istituzionale e professionale dello Stato era molto, ma molto bassa, e quindi facile preda negli interessi dei privati.
C’era un’alternativa?
L’alternativa, secondo me, per Chavez sarebbe stata mantenere il personale delle società private dopo la nazionalizzazione, e stimolarlo in modo che capisse che non dovevano più rapportarsi con il settore privato, ma che adesso era lo Stato il proprietario, il che per molti poteva essere anche uno stimolo ulteriore.
C’è un esempio emblematico in questo senso?
Quando abbiamo trattato l’acquisizione dell’Electricidad de Caracas, che è come l’Enel in Italia, il Presidente era un venezuelano. Il proprietario era un fondo americano, AES Corporation. Mentre il Presidente, che era sempre stato americano, per fortuna era invece un venezuelano, Julian Nebreda, un ragazzo bravo, avvocato, formato nelle scuole e nelle università venezuelane e americane, che aveva lavorato nella banca interamericana. Un tecnocrate bravo che era diventato Presidente dell’Electricidad de Caracas, che aveva un senso di appartenenza al Paese e aveva fatto delle cose molto belle come Presidente per la comunità venezuelana. Una volta acquistata la società da noi e comprata dallo Stato, se Chávez lo avesse nominato Presidente, se lo avesse lasciato lavorare lì, sono sicuro che lui avrebbe fatto un lavoro ancora migliore di quanto non avesse fatto per il fondo EAS americano, che è un ente assolutamente impersonale. Credo che quello sia un esempio di come avrebbe potuto funzionare. Bastava che gli lasciassero le stesse condizioni economiche o anche che gliele peggiorassero un po’: sarebbero state sufficienti condizioni decenti. Sono sicuro che lui avrebbe pagato il prezzo di scontarsi lo stipendio solo per lavorare per lo Stato Venezuelano. Certo, se invece gli avessi proposto uno stipendio miserabile, non lo avrebbe accettato nessuno, solo chi aveva altri tipi di interessi nel prendere quel lavoro. Se Chávez insomma avesse, quando acquistò le società, preso buona parte del personale privato e li avesse tenuti… Certo per farlo avrebbe dovuto in qualche modo rispettare e mantenere le condizioni economiche che avevano prima, quando le società erano private. Allora credo che lo Stato sarebbe stato molto più forte nei confronti dei privati e molto più efficace.
Che differenza c’era tra quanto venivano pagati questi funzionari incapaci e quanto avrebbero dovuto essere pagati quelli bravi per farli rimanere e perché lavorassero bene? Lo Stato venezuelano se lo sarebbe potuto permettere?
Allora, il presidente dell’Electricidad de Caracas prendeva circa 150.000-200.000 dollari all’anno come stipendio. Credo che il presidente nominato dallo Stato venezuelano, già come proprietario, non guadagnasse neanche 20.000 dollari. È una cosa ridicola, però attenzione. Io nel libro che racconta la mia vicenda, Missione Impossibile, firmato da Sergio Luciano, racconto la storia dei bond dell’Electricidad de Caracas che sono stati rinegoziati dopo la nazionalizzazione fatta dallo Stato venezuelano. In quell’operazione sono riuscito a salvare con il mio intervento non meno di 300-400 milioni di dollari: una cifra molto importante, ma pari solo alla metà del totale, gli altri 400 milioni di dollari non sono riusciti a salvarli. Quindi se il presidente dell’Electricidad de Caracas guadagnava 200.000 euro all’anno, questo non era nulla in confronto ai soldi che si sono persi per colpa dell’incapacità di chi era capo della società. Gli stipendi del personale dello Stato sono irrisori in confronto all’impatto che possono avere nella finanza della cosa pubblica, perché una decisione sbagliata può valere miliardi, mentre uno stipendio giusto non riesce neanche a valere milioni. Quindi per me è sempre vantaggioso stipendiarli bene.
Ha visto altri casi fuori dal Venezuela in cui una malagestione pubblica ha causato dei danni molto più ingenti rispetto al risparmio sugli stipendi dei funzionari?
In tutti gli Stati deboli queste cose succedono costantemente. Ed è normale. Non puoi mettere a confronto un privato che ha le migliori risorse umane, le più pagate, più formate e più capaci, con un personale sottopagato e poco professionale. Non puoi, perché vincerà sempre il privato. Pensa per esempio alle banche. Nelle banche ci sono i migliori banchieri che guadagnano centinaia di migliaia dollari, che si devono confrontare con il funzionario del ministero che guadagna 30.000-40.000 dollari all’anno. Non c’è partita, è come fare un incontro di boxe tra Cassus Clay e un peso mosca. È sempre un confronto impari, che però alla fine costa tanto allo Stato. La logica corretta credo sarebbe quella di ridurre la dimensione dello Stato, avere meno risorse umane ma più capaci, meglio pagate. In questo modo avremmo uno Stato più forte, più capace e più economico, capace di creare più valore.
Secondo lei questo discorso vale anche per l’Italia? Dal 2011 al 2025 è stato introdotto un tetto di stipendio per i manager pubblici pari a 240mila euro, poi eliminato l’anno scorso dalla Corte Costituzionale che lo ha dichiarato illegittimo (oggi nuovamente parametrato allo stipendio del Primo Presidente della Corte di Cassazione, pari a 311mila euro).
Certo, vale anche per l’Italia. Io considero il tetto un grande errore. È tutta demagogia, è quello che ha fatto Chavez, solo che lui lo ha fatto in modo molto esagerato, parlando addirittura di uomo nuovo. Ma anche i governi, come in Italia, vogliono dire al popolo: non paghiamo stipendi alti, non ci arricchiamo. Ma è soltanto demagogia, perché alla fine costa di più, molto di più. Si devono avere i manager più bravi, con una scuola che formi professionisti che vogliano lavorare nello Stato, che si sentano attratti da lavorare per lo Stato e che si sentano onorati di lavorare per lo Stato. Lo Stato ha due componenti. Una è che il lavoro è bellissimo: tutti sanno che quando si va a lavorare per lo Stato si impara di più, si vedono più cose, perché ci sono tante altre cose da fare. Il mondo è molto più macro quando lavori per lo Stato che quando lavori per il privato, che di solito ti condanna a un’attività microeconomica, mentre lo Stato ti permette di imparare, di vedere e di avere molto più impatto su tante cose. Quindi dalla parte formativa lo Stato sicuramente è più bello e più gratificante. Il problema sono sempre i soldi. I soldi dalla parte dello Stato sono molto scarsi e arriva il momento in cui tu devi fare il mutuo e comprarti la casa e ti vuoi comprare anche una bella macchina, perché no, e vuoi anche giocare a golf se è possibile. Tutte queste cose devono essere accessibili per i funzionari dello Stato, e per poterlo fare devi cercare di retribuire le risorse umane nello stesso modo in cui lo fanno i privati, e se non proprio nello stesso modo almeno quasi. Solo così potrai attrarre i migliori talenti e i più capaci a lavorare per lo Stato.
