Dal lavoro di botanico a Long Island, nei pressi di New York, al ritorno in Calabria per lanciare la Cooperativa di Comunità Il Tesoro di Roseto, con l’obiettivo di recuperare la storica coltivazione della rosa damascena. La bella storia di Mattia Nigro, trentenne di Roseto Capo Spulico, in provincia di Cosenza, è stata possibile anche grazie al sostegno del progetto Policoro della Cei, che ha compiuto a sua volta 30 anni. Trent’anni di accompagnamento di migliaia di giovani nella ricerca e nella realizzazione della propria vocazione lavorativa, durante i quali il progetto ha contribuito alla nascita di centinaia di iniziative imprenditoriali e cooperative, prima al Sud e poi su tutto il territorio nazionale. In questo modo ha dato anche l’opportunità a tanti cosiddetti cervelli in fuga come Mattia di tornare alla base. Perché non sempre gli obiettivi che dovrebbero essere propri del servizio pubblico sono perseguiti da funzionari pubblici: se ne occupa, in Italia come all’estero, anche il terzo settore, così come enti religiosi quali la Cei. Dopo l’intervista a Mattia Nigro, parola a Don Marco Ulto, da pochi mesi nuovo coordinatore nazionale del progetto Policoro, che spiega: il progetto vuole crescere ancora, e per questo cambierà anche nome in Generazioni in rete.
Mattia, ci racconti com’è andata?
Ho lasciato Roseto Capo Spulico per studiare Scienze Agrarie all’Università di Firenze. Scappato dalla Calabria per mancanza di vita sociale, di lavoro: a vent’anni cerchi festa, cerchi gli amici, oltre che lo studio. Dopo qualche anno ho avuto anche l’opportunità di andarmene negli Stati Uniti a fare un’internship, un lavoro tramite l’università, nell’orto botanico di Old Westbury Gardens a Long Island, vicino a New York. Un posto bellissimo, immerso nella natura, incontaminato, un orto botanico gigantesco, cioè praticamente quello che sognavo, stare in contatto con la natura e lavorare con le piante. Ho lavorato lì un anno e mezzo, e avevo l’opportunità di restare. C’erano due calabresi settantenni che erano emigrati lì a 18 anni, questi due signori mi parlavano spesso dell’Italia: ma perché sei qui, perché non te ne torni a casa? Mi dicevano che da noi gli amici, la famiglia, le persone le vivi davvero, sia nel lato negativo che nel lato positivo, è tutto molto più tradizionale. Avevano proprio una grande nostalgia della Calabria. I loro discorsi, e il fatto che avevo voglia di mettermi in gioco, mi hanno spinto a dire: proviamo, sperimentiamo, e alla fine sono tornato in Calabria. I sogni crescono, si arricchiscono, l’ecosistema che vuoi intorno, almeno quello che volevo io, era fatto sì di piante che amo tantissimo, ma soprattutto di relazioni umane.
E il rientro è stato difficile?
Avendo fatto un’esperienza all’estero mi sono reso conto di quello che cercavo: la natura, la tranquillità, il cibo sano, le relazioni umane, tutte cose che in Italia, ma nel Sud Italia in particolare, abbondano. Dove vivo io è facile sapere da dove viene il cibo che mangi, è facile guardarti ogni giorno in faccia con le persone. Questo ha alimentato il tutto, mi sono messo d’impegno e ho detto: ok, apro un campeggio, e poi un’azienda agricola. Grazie a questo campeggio ho conosciuto il progetto Policoro e da lì è nata un’altra avventura, che è proprio il fatto di guardarmi in faccia con le persone, di osservare e di ascoltare quello che c’è intorno. Mi sono detto: il vero problema qui è la vita sociale, i giovani non riescono a restare perché vogliono trovare lavoro, avere una vita più movimentata, perché non ci riuniamo e cerchiamo di fare qualcosa insieme? Perché il lavoro non lo creiamo, non lo viviamo in un’altra maniera, mettendo le nostre passioni al centro, i nostri desideri?
Come sei riuscito a mettere in pratica questa intuizione?
Con altri ragazzi ci siamo riuniti, grazie a un percorso che abbiamo fatto anche con NEXT, una rete nazionale con sede a Roma che opera per promuovere un modello di economia civile, sostenibile e partecipata, e realizza attività formative, ricerche e strumenti operativi per imprese, scuole e territori. Abbiamo fatto formazione e grazie al progetto Policoro, con il motto Giovani, Vangelo e Lavoro, ho portato anche del mio. Finché tre mesi fa ci siamo costituiti come cooperativa di comunità Il Tesoro di Roseto, con l’intento di valorizzare quello che il territorio già offre, valorizzare l’ecosistema umano che c’è, e connettere le antiche tradizioni, riportarle in chiave moderna, cioè non snaturare quello che il luogo offre, però portarci qualcosa di nuovo, trasformarlo.
Per esempio?
Il nome Roseto deriva dal latino rosetum, per la diffusione della coltura delle rose in epoca greco-romana, che venivano utilizzate per riempire i guanciali delle principesse sibarite. Con la cooperativa abbiamo fatto una mappa di comunità, ovvero dei bisogni del territorio. Siamo andati a parlare con le persone, nelle scuole, da tutti: Roseto è un paesino, saranno mille, milleduecento persone che abbiamo visto, perché sulla carta siamo duemila, ma poi sono tutti via. Da queste persone è uscita questa mappa di comunità: molti dicevano “siamo a Roseto e ci sono pochissime rose”: le persone vogliono vedere di nuovo questa rosa, e quindi abbiamo preso questa direzione. A Roseto Capo Spulico abbiamo il castello sul mare e la scuderia di Federico II, c’è questa influenza federiciana e probabilmente la rosa l’ha portata anche lui. Secondo la tradizione la rosa che si coltivava era la rosa damascena. Ma ancora prima di quella damascena c’erano la rosa gallica della Sibaritide, perché Roseto Capo Spulico faceva parte dell’antica Sibari, che era confinante con Siri con cui aveva buone relazioni. Quindi si coltivava questa rosa gallica e poi con Federico II la rosa damascena, dai viaggi di Damasco venuta fin qui. Allora con la cooperativa si è detto: ripartiamo proprio da qui, dalla rosa damascena. Così sono nati questi laboratori dove facciamo i cuscini, ed è nata Antiche Essenze di Calabria, un’altra società che abbiamo aperto con due ragazzi, una collaborazione per fare oli essenziali, acqua aromatiche. Con alcuni membri delle cooperative appassionati di pasticceria ora sta nascendo questa pasta alle rose e rosmarino, molto diffuso da noi. Da botanico amante della natura mi sono molto entusiasmato del progetto. Nelle direzioni che prende la cooperativa ognuno di noi ci mette le proprie passioni, ma anche quello che vuole la comunità, e quindi quello che è uscito da questa mappa di comunità.
Quanti siete a partecipare a questo progetto?
Come cooperativa siamo partiti in 16, ora siamo 40 persone, per la maggior parte giovani dai 20 ai 25 anni, poi c’è qualcuno trentenne come me e 7-8 persone di 40 anni. Non abbiamo un anziano saggio, sto convincendo mio zio di entrare anche lui a far parte. Gli anziani sono davvero soli, a volte diventano anche un problema, purtroppo, per molte persone, cosa che non succedeva 60-70 anni fa, almeno dalle storie dei miei nonni e dei nostri nonni: il nonno e la nonna erano considerate persone sagge, e guardavano i bambini. Era bello stare con gli anziani. Sì, a volte ti davano delle grandi lezioni ed era pure pesante, però comunque ti arricchivano sempre di qualcosa sia a livello mentale che anche a livello di cuore, secondo quello che è uscito tra noi. Quindi ci siamo detti: ma perché non coinvolgiamo gli anziani e non ci facciamo coinvolgere degli anziani?
In che modo?
Per esempio, c’è stata un’idea molto bella, quella di dire: ok, le mamme si lamentano che non ci sono babysitter a Roseto, perché non farli stare con gli anziani i bambini? Come succedeva tempo fa? Nel nostro progetto l’anziano diventa il babysitter, perché secondo noi si nutre con i bambini, nel senso che si nutre perché continua il suo il suo lavoro, si sente che può fare qualcosa ancora per la comunità, trasmettendo il suo sapere, che credo sia la cosa più bella in assoluto. I bambini così stanno con una persona che parla della loro tradizione, racconta storie e si nutrono di qualcosa che magari possono ricevere anche dai libri, però in maniera più fredda. Sempre per quanto riguarda la tradizione, poi, c’è anche un museo qui, etnografico, dove ci sono le stanze come erano una volta, le vecchie foto, le lettere, reperti dell’ottocento, con la cooperativa lo stiamo sistemando e vogliamo prenderlo in gestione con il Comune per farlo diventare interattivo. Ci sono i giocattoli di una volta, e c’è qualcuno te li racconta, te li fa usare, tipo la trottolina o il carruccio.
Tanti giovani sono andati via da Roseto Capo Spulico?
Purtroppo molti amici sono andati via, vengono solo l’estate, nelle feste: chi è in Germania, chi è andato in Francia, in Svizzera, chi è a Torino e nel nord Italia. Perché? Per queste questioni del lavoro e della vita sociale. Proprio l’altro giorno in cooperativa c’erano queste due ragazze che dicevano: vogliamo rimanere a Roseto, non vogliamo andarcene a vivere al Nord, facciamo in modo di fare qualcosa, di creare lavoro e di fare attività insieme! Sono venute con noi perché stiamo costruendo questo labirinto con le rose, insieme a un altro signore ungherese della cooperativa, Zoltan, che si è innamorato di Roseto ed è venuto a vivere qui. Il suo entusiasmo ha contagiato anche loro, perché durante la costruzione di questo labirinto artistico stavamo lavorando tutti insieme, si è creato un gruppo bellissimo di 12 persone. Ci siamo divertiti tutti a lavorare, perché non è un lavoro meccanico, abbiamo interagito, ci siamo scambiati opinioni, è stato molto bello. E proprio ieri fanno le ragazze ci hanno detto: continuiamo così che rimaniamo qui, dai. E si sono entusiasmate. Una, poi, è appassionata di cinema e ha subito proposto: perché non facciamo un drive-in, perché non facciamo una scuola del cinema? L’avevo vista spenta, se ne voleva andare, e ora invece si è riaccesa, si è riattivata. Secondo me sta funzionando e sono contento.
È faticoso?
È molto faticoso, perché poi ci sono tante dinamiche interne che sono abbastanza pesanti, però è bello, ed era quello di cui avevamo bisogno. Per carità, ci sono anche datori di lavoro bravissimi, però molte volte sei sfruttato, vieni pagato male e devi fare l’extra e poi non te lo riconosce nessuno. Oppure è un lavoro completamente diverso da quello che vorresti fare, dalle tue passioni. Magari vuoi fare il musicista, e i genitori: no, devi fare il medico, devi fare quest’altro… poi ti rendi conto che con la musica magari è molto difficile e quindi abbandoni la tua passione. In realtà l’obiettivo che ci poniamo anche come cooperativa è coltivare quelle passioni e metterle in rete. In questo il progetto Policoro ci dà una grande mano perché c’è una rete grandissima. Prendo il mio esempio: faccio le marmellate, e Policoro me le ha messe in rete già con tutti. C’è la cooperativa che farà le acque aromatiche di rose, e sono già tutti interessati. Vuoi fare musica? Conosco quelli a Torino che hanno un locale. Quindi Policoro sembra la nostra mamma che conosce tutti, il nostro papà che conosce tutti, che ci aiuta e ci fa anche formazione.
Nella tua esperienza ci sono tanti giovani che magari stanno all’estero che se avessero un’opportunità interessante in realtà preferirebbero rimanere?
Sì sì, assolutamente sì, credo nell’ambito, almeno di quello che ho ascoltato nel territorio, da noi in provincia di Cosenza tutti rimarrebbero. O meglio, prima dovrebbero andare via perché secondo me fa bene a tutti andare via un anno per rendersi conto poi di quello che c’è intorno. Però so che molti ritornerebbero volentieri.
Come sei tornato tu…
Proprio così. Le relazioni umane che mi ricordavo qui, il contatto con la mia famiglia, con i miei cugini, i parenti, sono completamente diversi. Ho sentito la mancanza, sia familiare va bene, ma soprattutto di quelle relazioni del sud Italia. Non voglio fare il campanilista, purtroppo sono a volte molto drammatiche e ci sta, a volte molto sincere, belle, semplici, però sono piene di vita, lo senti, perché comunque rispetto a dove vivevo io negli Stati Uniti c’è un ritmo completamente diverso. Qui ti puoi permettere almeno di prenderti il caffè tranquillamente, c’è una lentezza inverosimile rispetto a New York. Però quella lentezza fa sì che poi tutti i turisti si innamorino dello stile italiano, lento e tranquillo, perché ti permette almeno di ascoltarti, di fare le cose con una certa dinamica e non essere “boom boom boom” proiettato subito a fare qualcosa in un ritmo accelerato: non è il ritmo umano quello lì, è un ritmo che ci stiamo cercando di imporre ma non è il nostro.
Quali sono i nostri ritmi?
Sono collegati a quelli della natura, a una lentezza che non è neanche brutto definirla lenta, ed è piacevole. Quindi sì, da Long Island a qui si sente tantissima differenza, sono contento di averlo fatto e lo consiglio a tutti quanti. Perciò dico “tornanza”, perché è importante fare un’esperienza fuori dal tuo contesto, ti apre gli occhi, ti fa vedere il mondo in un’altra prospettiva, magari ti dà anche qualcosa che ti riempie un curriculum vita, ti dà qualche esperienza che ti può servire. Però poi magari ti rendi conto che quell’esperienza serve al tuo territorio, serve a metterla in regime con un ecosistema che hai intorno e poi ti rendi conto che è quello più bello, quello che veramente desideriamo.
Don Marco Ulto, da pochi mesi nuovo coordinatore nazionale del progetto Policoro. Ci racconta in poche parole i 30 anni del progetto?
Trent’anni di Progetto Policoro non sono altro che 30 anni di storie che si sono intrecciate, di mani che si sono strette, di occhi che si sono fissati gli uni negli altri, anche di abbracci, di sogni, anche di fragilità che si sono incontrate. Questo progetto ha intrecciato la sua vita con quella di oltre 3.000 ragazzi giovani di tutta Italia, in realtà molto diversificate, dalle città metropolitane alle aree interne, da città che vivono una dimensione più turistica ad altre che ce l’hanno molto meno. Ha abbracciato insomma quasi la totalità del territorio italiano, e le persone che hanno partecipato hanno costruito una rete. 30 anni che hanno visto anche nascere e fiorire 500 gesti concreti transitati, partiti, sostenuti dal Progetto Policoro, quindi credo che siano numeri importanti. Attualmente aderiscono a questo progetto, come chiese in Italia, 104 diocesi. Come ogni realtà c’è stato un effetto un po’ a fisarmonica, ci sono momenti in cui è fisiologico, credo, ma il nostro intento è quello di far lievitare ancora la dimensione del progetto. Non per essere orgogliosi dei numeri, ma proprio perché è un’ottima possibilità, un’ottima proposta, vogliamo che il bacino di utenza possa essere sempre più ampio, per permettere a sempre più giovani del nostro territorio di avere persone sulle quali poter contare.
Qual è l’obiettivo principale del progetto Policoro?
Penso che tutto vada molto sintetizzato su Giovani Vangelo Lavoro, che sono i tre hashtag che da sempre, da 30 anni, accompagnano questa esperienza e che lo accompagneranno anche in futuro. Pone i giovani al centro, i giovani dove non sono spettatori ma sono protagonisti. Ai giovani, mi piace citare anche le parole di Gilda Falcone, di uno dei gesti concreti, ai giovani si chiedono progetti, chiediamo progetti, chiediamo sogni, e noi ci mettiamo al fianco di questi giovani per poter aiutarli, insomma, a realizzare quello che hanno dentro. E la dinamica del Vangelo è la dinamica dell’Evangelizzazione, cioè trovare il proprio posto nel mondo significa rispondere ad una vocazione, ad una chiamata. Non si agisce solo per sé stessi, ma il sogno che porto dentro, la promessa che porto dentro, in realtà altro non vuole che compiere il regno di Dio qui ed ora attraverso la nostra vita, e lo fa nella dinamica del lavoro che non è ridotta semplicemente al capitale ma è una realizzazione di una vita, la realizzazione di una vocazione, una risposta concreta ad una chiamata e permetterà al lavoro di diventare luogo di santificazione e umanizzarlo, dove l’uomo sul serio e le persone sono al centro.
È successo spesso che i vostri progetti, le vostre singole iniziative siano nate, come ho visto qualche volta è successo, su luoghi confiscati alla criminalità organizzata?
Sì, tra le filiere che sostengono e che hanno firmato un patto di collaborazione con il progetto Policoro su scala nazionale c’è anche Libera, che insieme ad altre filiere promuove passi di legalità, di giustizia e anche attraverso, grazie al loro contributo, come il contributo di ogni filiera, siamo riusciti poi a rompere un po’ quelli che sono gli schemi e a dire che il si è sempre fatto così, anche dove magari c’è una mentalità, forse dico cose anche abbastanza forti, dove probabilmente ci si piega delle volte ad alcune cose, rompe un po’ gli schemi, ecco quello voglio dire, quindi far sorgere un gesto concreto su un bene confiscato alla camorra, alla mafia, significa dire che è possibile cambiare, sono possibili i passi di legalità, è possibile una mentalità diversa, una mentalità nuova.
E la lentezza di cui parlava Mattia?
Il progetto Policoro ha instaurato, ha formato, a volte ha anche educato a processi relazionali lenti che non vedono l’altro in velocità, ma lo scrutano, entrano dentro; e perché questa trama di relazioni possa veramente essere consistente, reale, ha bisogno del tempo. Questo tempo poi genera una rete così forte che anche a distanza di anni è reale, non è solo qualcosa di carattere emotivo.
Quanto è importante nel progetto il ripopolamento delle aree interne?
Il progetto Policoro non è un processo di chiusura nelle aree interne, ma è dare un’apertura reale a 360 gradi sulla scala nazionale. Certo, l’obiettivo è quello di ripopolarle, però anche questo è un processo che si avvia. Abbiamo bisogno poi di una compartecipazione a più livelli perché questo possa accadere. Io vengo da un’area interna, dall’entroterra Campano e mi rendo conto delle sue peculiarità, delle sue bellezze, come è pieno tutto quanto lo stivale. A mio avviso non bisogna guardare alle aree interne soltanto come alla possibilità di essere attraversate, anche dal turismo perché il rischio è questo; ma perché venga abitata. Spesso vengono a mancare i servizi fondamentali, la scuola, una farmacia, un ufficio postale, ospedali che sono lì sempre con la minaccia di chiudere. Il progetto Policoro parte proprio dal far scoprire alle persone la bellezza e potenzialità di quelle aree, e Mattia ce ne ha parlato largamente. E poi stimolare gli altri attori sul territorio, e quindi essere come un pungolo, anche un piccolo paese dell’entroterra campano vale la pena di essere abitato, perché poi si generano quei processi virtuosi che fanno dire che la vita che è degna di essere vissuta, in quella lentezza che non è sciatteria, che non è pigrizia, ma che è attenta ed è dentro ai processi, rispettandone i tempi. Il nostro compito insomma è accendere un faro, e dire che ci sono dei giovani che hanno il desiderio di restare, che hanno il diritto di scegliere di poter restare o di andare via e che andare via non sia l’unica scelta. Questo è quello che è il nostro desiderio ed è il nostro lavoro.
Quale la prospettiva del progetto?
Ci troviamo in un periodo di svolta. Dopo trent’anni un progetto non può più chiamarsi progetto, ha stabilito un’identità, perché se non fosse così significherebbe che non funziona. Questo progetto ha avuto un compimento, il Progetto Policoro ci saluta anche nel suo nome e diventerà dal primo gennaio 2027 Generazioni in rete. Non è qualcosa che è scattato all’improvviso, è un processo che parte da lontano, un processo partecipato di cui fanno parte tutti i protagonisti, gli attori di questa esperienza. Accompagniamo non la fine del progetto Policoro ma una sua evoluzione. A Policoro dopo il convegno di Palermo nel 1995 tre vescovi illuminati dalla grazia di Dio si sono incontrati, hanno deciso di mettersi insieme e avviare questa esperienza. Però non possiamo legarlo solo ad un territorio della Basilicata, una piccola città del Sud verso la quale abbiamo una memoria grata: perché questa esperienza possa essere di tutti abbiamo bisogno di allargarla su una scala nazionale. Se abbiamo fuori alcuni territori del nostro Paese, penso ad alcune Regioni, è come se stessimo togliendo a questa esperienza una visione totale, è come se ci fosse un pezzo di noi che manca. E allora vogliamo aprire questa visione sganciandola anche da quella che è la definizione della città del sud, e quindi toglierla ma non eliminarla, portarla nel bagaglio come intuizione, come bellezza, come profezia ma estenderla poi ad altri territori.
Perché Generazioni in rete?
È la generatività che il progetto Policoro ha avuto in questi trent’anni: di processi, di relazioni. È stato creativo, ha messo in atto tante volte azioni, gesti concreti. Quindi generazioni è l’insieme di questo significato, sono le generazioni che sono state attraversate da Policoro e quelle che vorrà ancora attraversare, e poi resterà la rete che è il frutto reale di questi trent’anni. Una rete concreta, solida, salda, bella, che abbraccia e che non stringe, che non cattura, che non ci rende prigionieri ma che ha anche la capacità di rendere liberi gli altri. È una rete al contrario che ha i pilastri di questo progetto che non possono eh essere tolti: giovani, il vangelo e il lavoro, quello non lo toglierà nessuno. Allora Generazioni in rete, Giovani, vangelo, lavoro è la scommessa del futuro con la memoria grata al progetto Policoro ma con le braccia aperte verso il futuro.
