OCSE, PA italiana: digitalizzazione, percorso promosso

OCSE, PA italiana, digitalizzazione: promosso il percorso di trasformazione digitale, ora trasformare gli strumenti in servizi migliori

OCSE, PA italiana, digitalizzazione: la trasformazione digitale della Pubblica amministrazione non è più soltanto un insieme di progetti o di investimenti legati al PNRR. Per l’OCSE rappresenta ormai una politica pubblica strutturata, dotata di una governance nazionale, di infrastrutture condivise e di una strategia che sta producendo risultati concreti. È quanto emerge dal Digital Government Outlook 2026, il rapporto con cui l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico fotografa lo stato della digitalizzazione delle amministrazioni pubbliche dei Paesi membri. L’Italia ottiene un punteggio di 0,67 nel Digital Government Index, ancora leggermente inferiore alla media OCSE (0,70), ma in crescita di nove centesimi rispetto al 2023, una delle progressioni più significative registrate negli ultimi anni. Più che il dato complessivo, sono le valutazioni qualitative a raccontare un cambiamento ormai consolidato.

OCSE, PA italiana, digitalizzazione: un modello di governance ormai maturo

Nel rapporto l’OCSE riconosce che l’Italia dispone oggi di una struttura di governo della trasformazione digitale tra le più articolate in Europa. La regia strategica affidata al Dipartimento per la Trasformazione Digitale attraverso il programma Italia Digitale 2026, il ruolo operativo dell’AgID, il Piano Triennale per l’Informatica nella PA e il coordinamento garantito dal Comitato Interministeriale per la Transizione Digitale vengono indicati come gli elementi di un sistema capace di orientare in modo unitario l’innovazione dell’intero settore pubblico. Non si tratta di un riconoscimento secondario: per anni uno dei limiti storici della digitalizzazione italiana è stato proprio la frammentazione tra amministrazioni, con progetti spesso scollegati e difficili da integrare. Secondo l’OCSE questo problema sta progressivamente lasciando spazio a un approccio “whole of government”, cioè a una trasformazione pensata per l’intera amministrazione pubblica.

Dati, interoperabilità e piattaforme condivise

Il rapporto sottolinea soprattutto la qualità delle infrastrutture costruite negli ultimi anni. L’Italia ottiene risultati superiori alla media OCSE nella dimensione “Data-driven Public Sector” (0,77 contro 0,74) e in quella “Open by Default” (0,73 contro 0,59), segno che l’utilizzo dei dati nelle decisioni pubbliche e le politiche di apertura e trasparenza hanno raggiunto un livello ormai avanzato. Particolare rilievo viene attribuito alla Piattaforma Digitale Nazionale Dati (PDND), considerata l’infrastruttura centrale per lo scambio sicuro delle informazioni tra amministrazioni attraverso API, insieme al catalogo nazionale delle API e ai modelli comuni per l’interoperabilità semantica. Secondo l’OCSE queste piattaforme rappresentano la base tecnologica per rendere concreto il principio “once only”: la Pubblica amministrazione non dovrebbe mai chiedere a cittadini e imprese dati o documenti che sono già disponibili in una delle banche dati dello Stato. Se una persona ha cambiato residenza, se il suo reddito è già certificato dall’Agenzia delle Entrate o se un figlio risulta iscritto a scuola, queste informazioni devono essere condivise automaticamente tra le amministrazioni competenti, senza costringere il cittadino a presentarle ogni volta. È un passaggio che va oltre l’innovazione tecnologica. Significa cambiare il modo in cui la Pubblica amministrazione lavora, condividendo dati invece di richiederli continuamente agli utenti.

Gli investimenti sulle competenze

Tra gli aspetti maggiormente apprezzati compare anche il lavoro svolto sulla formazione del personale pubblico. L’OCSE cita la piattaforma Syllabus come esempio di approccio strutturato allo sviluppo delle competenze digitali dei dipendenti pubblici: percorsi personalizzati, valutazione dei fabbisogni formativi, integrazione con i sistemi di formazione delle amministrazioni e monitoraggio delle competenze. A questa iniziativa si affiancano l’Accademia dei Comuni Digitali dell’ANCI e il programma Repubblica Digitale, dedicato alla diffusione delle competenze digitali nella popolazione. È un elemento spesso meno visibile rispetto alle grandi piattaforme digitali, ma decisivo. Nessuna trasformazione può consolidarsi se non cresce parallelamente la capacità delle persone che lavorano nella PA di utilizzare strumenti, dati e nuove modalità organizzative.

Le tante sfide ancora aperte

Il giudizio dell’OCSE, tuttavia, non è celebrativo. L’Italia continua a registrare ritardi in alcuni ambiti decisivi. Il principale riguarda la capacità di progettare servizi realmente centrati sui bisogni di cittadini e imprese. Nel rapporto emergono punteggi inferiori alla media OCSE nelle dimensioni dedicate alla proattività dei servizi, all’approccio “user-driven” e al modello “Government as a Platform”. In altre parole, il sistema pubblico italiano dispone oggi di infrastrutture digitali solide, ma deve ancora sfruttarle pienamente per offrire servizi che anticipino i bisogni degli utenti, coinvolgano maggiormente cittadini e imprese nella progettazione e utilizzino in modo sistematico dati e analisi per migliorare l’esperienza dei servizi pubblici. L’OCSE segnala inoltre la necessità di rafforzare la valutazione degli investimenti digitali attraverso analisi costi-benefici ex post e modelli comuni per misurare il valore pubblico generato dai progetti. Allo stesso modo, sottolinea come debbano essere sviluppati strumenti standardizzati per misurare l’impatto dei servizi digitali e il coinvolgimento degli utenti nella progettazione delle politiche pubbliche.

Digitalizzazione e qualità del servizio pubblico

L’Italia ha dunque ormai superato la fase in cui il problema principale era costruire le infrastrutture digitali della Pubblica amministrazione. Oggi dispone di una governance riconosciuta a livello internazionale, di piattaforme nazionali interoperabili e di un quadro strategico che l’OCSE considera solido. La nuova sfida è diversa: utilizzare questo patrimonio per migliorare concretamente la qualità dei servizi pubblici. La digitalizzazione non è infatti un obiettivo in sé. Ha valore quando riduce tempi e adempimenti, rende più semplice il rapporto tra cittadini e amministrazioni, aumenta trasparenza e fiducia nelle istituzioni e consente ai dipendenti pubblici di lavorare meglio. È proprio questo il passaggio che l’OCSE invita oggi l’Italia a compiere: passare dalla costruzione delle fondamenta alla piena trasformazione dell’azione pubblica, facendo della tecnologia uno strumento al servizio di una Pubblica amministrazione più efficace, più semplice e più vicina alle persone.

Dal PNRR alla normalità amministrativa

Il rapporto arriva in una fase decisiva. Gran parte delle infrastrutture digitali della PA è stata realizzata grazie agli investimenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Nei prossimi anni, però, la questione non sarà più spendere risorse straordinarie, ma rendere ordinaria la capacità di innovare. È questo, probabilmente, il messaggio più importante contenuto nella valutazione dell’OCSE. L’Italia non viene promossa perché ha acquistato nuove tecnologie, ma perché ha costruito una strategia nazionale, una governance stabile e un insieme di piattaforme condivise che possono rendere più efficace il servizio pubblico. La sfida che resta aperta riguarda la qualità dell’esperienza dei cittadini. Perché una Pubblica amministrazione davvero digitale non si misura dal numero delle piattaforme disponibili, ma dalla semplicità con cui una persona riesce a ottenere un servizio, dal tempo che risparmia, dalla fiducia che sviluppa verso le istituzioni e dalla capacità dello Stato di rispondere ai suoi bisogni.

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