Decreto PA 2026: il 6 ottobre scade il termine per la conversione in legge del Decreto Legge 7 agosto 2026, n. 144 — il cosiddetto “Decreto PA”. Ventisei articoli, cinque Capi, sei macro-aree di intervento: personale, investimenti degli enti locali, dissesto finanziario, politiche sociali, protezione civile, riscossione. Un provvedimento omnibus, come ormai è consuetudine nella decretazione d’urgenza di fine estate, che arriva in un momento particolare per la pubblica amministrazione italiana: quello in cui il Paese deve iniziare a chiedersi cosa resterà, in termini di capacità amministrativa, quando i fondi del PNRR smetteranno di essere la leva principale del cambiamento.
È un decreto tecnico, fatto di articoli e commi che parlano il linguaggio della finanza pubblica e del diritto amministrativo. Ma dietro le formule ci sono scelte che riguardano direttamente una delle domande che ci poniamo più spesso su queste pagine: cosa serve perché lo Stato torni ad attrarre e trattenere le persone migliori?
Decreto PA 2026, il cuore del provvedimento: addio ai tetti storici di spesa
La norma di maggiore impatto strutturale è la cancellazione dei tetti storici alla spesa per il personale che, per quasi vent’anni, hanno vincolato la capacità di assumere di Comuni ed enti territoriali. Si tratta del superamento dei limiti fissati dalla legge 296 del 2006, sostituiti da un criterio basato sulla sostenibilità finanziaria dell’ente piuttosto che su percentuali storiche calcolate su una spesa di personale che, in molti casi, risaliva a organici ridotti dalla lunga stagione dei blocchi del turnover.
È un cambio di paradigma che, sulla carta, potrebbe avere un effetto diretto sul ricambio generazionale di cui la PA ha un bisogno strutturale: secondo i dati del report Randstad Research diffuso quest’estate, oltre un terzo della forza lavoro della pubblica amministrazione in senso stretto ha più di 55 anni, mentre la presenza dei giovani resta marginale. Liberare capacità di assunzione non basta a risolvere il problema — servono concorsi, percorsi di carriera, retribuzioni competitive — ma è la precondizione senza la quale ogni altro intervento resta teorico.
Il decreto interviene anche sulla dirigenza pubblica, in coordinamento con la legge 119/2026 e con il Testo unico del pubblico impiego (D.Lgs. 165/2001): vengono ridefinite le percentuali di incarichi dirigenziali esterni, viene reso possibile il passaggio di dirigenti non generali a ruoli generali, e — forse la misura più interessante per chi si occupa di valorizzazione del merito — le economie derivanti da minori retribuzioni di risultato dovranno essere destinate alla formazione dei dirigenti stessi. Un piccolo segnale, ma coerente con l’idea che investire in competenze, non solo in stipendi, sia parte della soluzione.
Le critiche dell’ANCI
Proprio su questo punto si concentra la critica arrivata dall’ANCI, l’Associazione nazionale dei Comuni italiani: il provvedimento affronta “una molteplicità di criticità aperte negli Enti territoriali” scegliendo “di procedere con misure puntuali e proroghe più che con un intervento sistemico”. È una fotografia del modo in cui l’Italia tradizionalmente tende a riformare la propria macchina amministrativa: per addizioni successive, rincorrendo le emergenze — obiettivi PNRR da centrare, territori fragili da sostenere, nodi strutturali che si trascinano da anni — più che attraverso un disegno organico. Anche nella disciplina degli enti locali in dissesto finanziario, dove il decreto interviene sul fondo di rotazione, sui mutui, sugli organismi straordinari di liquidazione e sul bilancio stabilmente riequilibrato, ci sono aggiustamenti tecnici a un impianto che resta, nella sua architettura di fondo, quello disegnato dal Testo unico degli enti locali di oltre vent’anni fa.
Il dibattito parlamentare: audizioni aperte e fronti sindacali
Il disegno di legge di conversione (A.C. 3083) è all’esame congiunto delle Commissioni V (Bilancio) e VIII (Ambiente) della Camera, con Erica Pella relatrice per la Bilancio e Fabrizio Rossi per l’Ambiente. Proprio in questi giorni si sono svolte le audizioni informali che daranno la base conoscitiva per gli emendamenti, in vista della scadenza di conversione del 6 ottobre.
Sul tavolo ci sono già diverse richieste di modifica. FP CGIL, CISL FP e UIL FP hanno chiesto di essere audite dalle Commissioni riunite per sollecitare un intervento sulla riqualificazione del personale dei servizi educativi degli enti locali: un impegno che, secondo i sindacati, era già stato condiviso con ARAN in sede di rinnovo del CCNL delle Funzioni Locali, ma che nel decreto non ha ancora trovato spazio.
Sono richieste diverse tra loro, ma che convergono su un punto: la mobilità interna alla pubblica amministrazione resta oggi uno dei suoi limiti più evidenti. Un sistema che fatica a far circolare le competenze al proprio interno è anche un sistema che fatica a trattenerle, spingendo i profili più qualificati a cercare altrove le opportunità di crescita che l’amministrazione non riesce a offrire internamente.
Guardare oltre il PNRR
Il richiamo al PNRR, nella nota dell’ANCI, è cruciale. Gran parte della capacità amministrativa aggiuntiva costruita negli ultimi anni — le nuove assunzioni, gli uffici di supporto tecnico ai piccoli Comuni, le competenze digitali innestate nelle strutture centrali — è stata finanziata attraverso il Piano. Con l’avvicinarsi della sua chiusura, la domanda che si impone è se quella capacità sopravviverà al venir meno dei fondi dedicati, oppure se si tornerà a un assetto più fragile.
Il Decreto PA, da questo punto di vista, offre alcuni segnali di continuità: il superamento dei tetti di spesa storici, la stabilizzazione fino al 31 dicembre 2026 del personale in comando presso alcune amministrazioni, la spinta — seppur parziale — verso la mobilità dei dirigenti. Sono strumenti che vanno nella direzione di consolidare, con risorse ordinarie, un cambiamento che finora si è appoggiato in larga parte a risorse straordinarie. Ma restano, appunto, strumenti: la loro efficacia dipenderà dalla capacità di ogni singola amministrazione — un Comune di poche migliaia di abitanti non meno di un ministero — di usarli davvero per costruire organici più giovani, più competenti e più stabili.
Tre elementi per costruire una PA migliore
Se si guarda al provvedimento con la lente dell’attrattività del lavoro pubblico, tre elementi sembrano più promettenti di altri per costruire, nei prossimi anni, una PA migliore:
La liberazione della capacità di assunzione degli enti territoriali, che può tradursi in concorsi più frequenti e in organici finalmente ringiovaniti, a patto che i Comuni — soprattutto quelli più piccoli e con minore capacità amministrativa — riescano concretamente a bandire e gestire le procedure di selezione.
Il collegamento tra performance dirigenziale e formazione, che introduce per la prima volta un meccanismo virtuoso: le risorse non distribuite come premi tornano al sistema sotto forma di investimento in competenze, invece di essere semplicemente “risparmiate”.
L’attenzione, ancora acerba ma presente nel dibattito parlamentare, al tema della mobilità tra comparti: se la pubblica amministrazione riuscirà davvero ad aprire canali di movimento interno tra scuola, sanità, enti locali e amministrazione centrale, l’intero sistema diventerà più capace di trattenere chi oggi, di fronte a un blocco di carriera, sceglie semplicemente di andarsene.
Nessuna di queste leve, da sola, risolve il nodo strutturale di un’amministrazione che fatica ancora a competere con il settore privato sui salari e sulle prospettive di carriera. Ma insieme disegnano una direzione: quella di un’amministrazione che smette di rincorrere l’emergenza per costruire, un tassello alla volta, le condizioni della propria trasformazione permanente. Le prossime settimane diranno se il Parlamento saprà contribuire in modo costruttivo a delineare una traiettoria chiara.
