Officine Italia, gli under 30 cambiano la PA dall’interno

Un’associazione di giovani professionisti uniti dall’obiettivo di costruire un Paese più lungimirante e inclusivo, che attiva e forma i decision maker di oggi e di domani per catalizzare un cambiamento di traiettoria del Paese. È Officine Italia, che ha scelto di focalizzarsi sul servizio pubblico attraverso il progetto Officina, un laboratorio pensato per coinvolgere i giovani under 30 nell’innovazione delle politiche pubbliche e della Pubblica Amministrazione. La seconda edizione si è svolta nel 2025 in collaborazione con i Comuni di Brescia, Cinisello Balsamo, Monza e Rho, e con il supporto di Regione Lombardia; alla sua presentazione il Ministro per la Pubblica Amministrazione Paolo Zangrillo ha affermato: «I giovani, con la loro energia, il loro sguardo critico e le loro idee, sono i nostri migliori alleati nel portare cambiamento e innovazione nella pubblica amministrazione». Driving Change ha intervistato Florian Sejko, membro di Officine Italia, Project Manager che ha seguito l’operatività della seconda edizione di Officina. Lavora attualmente presso la Banca Centrale Europea, occupandosi di analisi del rischio e supervisione bancaria. È stato delegato dell’Italia al G7 Youth con Young Ambassadors Society, con focus su demografia, tassazione equa e costo della vita per le nuove generazioni.

Come è nata Officine Italia e per quale obiettivo?

Officine Italia parte nel 2020 in un periodo particolare, quello del Covid, da un gruppo di giovani professionisti che hanno l’ambizione di cambiare la traiettoria del Paese, in modo sistemico e strutturale. Nasce su diversi programmi e su diverse iniziative: una che è diventata piuttosto conosciuta è Uno Non Basta, campagna per chiedere maggiori fondi e politiche mirate per i giovani italiani nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, perché l’1% stanziato su università e istruzione non è abbastanza. Un progetto ai tempi abbastanza visionario, che poi si è strutturato in termini pratici con il progetto Officina, il nostro progetto bandiera, partito nel 2023 con la sua prima edizione all’interno dei ministeri. Il progettlo poi si è evoluto con l’edizione numero due che è stata fatta nei Comuni. L’idea è dunque di avere giovani che cercano di cambiare il Paese, che cercano di farlo attivamente.

Il tema del servizio pubblico è abbastanza negletto, specie in epoca trumpiana: perché avete lanciato un progetto focalizzato proprio su questo?

Perché crediamo che per cambiare la traiettoria del Paese sia importante partire da dove vengono forniti i servizi per i cittadini: il servizio pubblico, la pubblica amministrazione, che ha dei problemi strutturali, lo dicono i dati. È un settore in cui i dipendenti superano il trend dell’invecchiamento demografico: l’età media è di 48 anni. Quindi subisce ancora di più le problematiche legate a una popolazione che invecchia. Fa più fatica a innovare, ad attrarre nuovi talenti. Le istituzioni pubbliche ci dicono: facciamo il possibile per attrarre i giovani, però molti bandi vanno deserti. Chiamano anche i giovani, gli under 40 – per carità, siamo tutti giovani, però per noi i giovani sono gli under 30, i post laureati… Quindi per noi l’obiettivo è sempre stato cercare di cambiare il settore più importante, che è anche quello che ha più necessità di giovani, perché fatica a trovarli. Questo diventerà un problema ancora maggiore in futuro, perché di fatto questa difficoltà nell’attrarre i ragazzi e le ragazze post laurea diventa ancora più problematica nel momento in cui il loro numero diminuisce, mentre le aziende private hanno molto meno difficoltà e anche molti più fondi per poter cercare di attrarre questo tipo di talenti.

Secondo voi qual è il motivo principale per cui c’è questa difficoltà da parte del servizio pubblico nell’attrarre i giovani?

I problemi sono diversi, due più rilevanti. Primo, per quanto ci sia un impegno anche abbastanza concreto nel cercare di rendere le metodologie di reclutamento più smart, più facili, la verità è che è molto più semplice mandare un curriculum via Linkedin piuttosto che fare un concorso per entrare a far parte della pubblica amministrazione. Ce ne siamo resi conto perché, per esempio, per il programma Officina non chiediamo la partecipazione a un concorso: questo lo rende molto più semplice. Poi per restare a tempo indeterminato si devo comunque fare un concorso, però il progetto dà loro la possibilità di lavorare all’interno di un Comune, rendersi conto del tipo di lavoro che si fa per sei mesi senza avere la complicazione di fare un concorso, e poi farlo eventualmente una volta che si conoscono le dinamiche interne. Secondo problema, il modo in cui le pubbliche amministrazioni comunicano se stesse: come delle realtà che non sono granché capaci di innovare, che non hanno presenza di giovani, e soprattutto che non danno tanta indipendenza e possibilità di cambiamento ai giovani che entrano al loro interno. Questa è l’immagine che passa, ma in buona parte dei casi non è così, in realtà i giovani vengono premiati e gli si viene data indipendenza all’interno del settore pubblico. Questa disponibilità c’è molto di più nelle pubbliche amministrazioni locali che in quelle centrali, eppure non lo si riesce a comunicare. Facendo fare questa esperienza di lavoro a un maggior numero di giovani, con il passaparola si può far passare il messaggio che il lavoro nei Comuni non è come quello dei film di Checco Zalone…

C’è anche una questione di retribuzioni?

Sì, c’è un problema duplice. Il primo è che le retribuzioni sono basse, specie all’interno delle amministrazioni locali. I talenti che sono all’interno dei Comuni infatti tendono a spostarsi nelle amministrazioni centrali perché lì è più semplice avere una retribuzione più alta. È anche vero che per i giovani non è che le retribuzioni dei primi lavori nel settore privato siano tanto più alte, c’è un problema generale di stipendi in Italia. Forse anzi ha più senso scegliere il lavoro pubblico che ha un contratto molto più sicuro dal punto di vista della longevità piuttosto che il settore privato in una situazione di trasformazione come quella in cui ci troviamo: magari andando a lavorare in una società di consulenza nel giro di due anni si diventa poco utili…

Qual è il motore che vi spinge a lavorare nelle amministrazioni pubbliche?

Il problema che abbiamo visto è che il settore pubblico, che è quello al centro di tutti i servizi che noi riteniamo banali e scontati, è quello attualmente più in difficoltà: è in crisi dal punto di vista degli stipendi, del reclutamento, dell’innovazione. Questo per noi è un grosso problema per il futuro, quindi agire ora magari è un po’ controcorrente, magari non è sexy, però è la cosa più utile da fare. È un problema che vale il nostro tempo, il nostro interesse, il nostro sacrificio, Inoltre ci sono giovani che quando finiscono il progetto rimangono all’interno dei Comuni, questo ci dà soddisfazione e significa molto, come vedere i Comuni soddisfatti. Cambiare la traiettoria del Paese è qualcosa che si fa piano piano, un Comune alla volta.

Ci racconta come funziona il progetto Officina?

Abbiamo fatto una prima edizione all’interno delle amministrazioni centrali, che è stato un po’ un progetto pilota. Quattro ragazzi sono stati inseriti all’interno dei ministeri per sei mesi, come consulenti per il PNRR: c’era questa possibilità anche senza dover fare concorsi. Un’opportunità che è arrivata in un momento particolare, a cavallo tra la fine del governo Draghi e l’inizio del governo Meloni. Ci sono state un po’ di complicazioni, perché c’era stato un inserimento iniziale con un certo tipo di organico all’interno dei ministeri che poi è cambiato. Al di là di questo ci siamo resi conto che era più complicato fare proposte concrete all’interno dei ministeri, proprio perché la loro struttura è molto burocratica e fissa. Proprio per questo ci siamo resi conto che è più fruttuoso lavorare con i Comuni: è quel che abbiamo fatto per la seconda edizione. Nello specifico abbiamo lavorato con quelli di Monza, Cinisello Balsamo, Rho e Brescia, Comuni di dimensioni diverse ma relativamente vicini dal punto di vista geografico, con interessi simili. Anche in questo caso abbiamo fatto un inserimento per sei mesi, in cui i giovani che chiamiamo i fellow del progetto, sono entrati per sei mesi all’interno dei Comuni in team diversi. Quindi c’era chi si occupava di Europa, chi di bandi europei, chi di rigenerazione urbana, chi di comunicazione, questo anche in base alle competenze. In questi sei mesi, ogni venerdì i fellow facevano quella che abbiamo chiamato experience, un’attività per vedere oltre il lavoro interno al Comune in collaborazione con i nostri partner di progetto, associazioni del terzo settore che lavorano nel campo delle disuguaglianze, delle pari opportunità, dei diritti dei bambini e così via, dal Forum Diseguaglianze e Diversità alla Fondazione Giacomo Brodolini, da Young Women Network al Movimento Giovani Save the Children, e così via.

Quali i prossimi passi ?

Stiamo lavorando alla terza edizione del progetto Officina, che dovrebbe partire nella seconda metà di quest’anno, verosimilmente a settembre. Dovrebbe essere con dieci Comuni, questa volta su più parti dell’Italia, fino al Centro e se riusciamo anche con un cluster nel Sud. L’idea che si sta concretizzando è anche cercare di far partecipare i Comuni dal punto di vista di budget, non tanto perché ci serve dal punto di vista della sussistenza, perché potremmo trovare fondi anche con bandi esterni. Ma perché nel momento in cui questo programma, come piacerebbe a noi, diventasse strutturale, non saremmo sempre solo noi di Officine Italia ogni anno a doverci fare in quaranta per trovare fondi, fare la raccolta e la selezione delle persone. Vorremmo che anche i Comuni partecipassero, in modo che il progetto potesse essere autonomo e su più Comuni possibile, su tutti potenzialmente. Per quanto riguarda il progetto appena terminato, quindi la prima edizione nei Comuni e la seconda dell’Officina dopo quella nei ministeri, abbiamo vinto un bando di Regione Lombardia che ha poi finanziato le retribuzioni dei giovani. È come se fosse uno stage, che è anche un tipo di contratto e di esperienza che le pubbliche amministrazioni e soprattutto i comuni fanno fatica a proporre.

Cosa succede dopo i sei mesi?

Alcuni fellow fanno questa esperienza, si rendono conto di non trovarsi bene, e cambiano settore: ma non è capitato molto spesso. Quello che invece abbiamo visto succedere, per esempio con i Comuni, è che due persone sono rimaste a lavorare lì dopo aver fatto un concorso. È molto più semplice farlo quando si conosce il gruppo di lavoro, si aprono opportunità e anche dal punto di vista dei punteggi del concorso si ha un vantaggio. Quindi si è privilegiati non solo perché si conosce, ma perché i punteggi riflettono questo tipo di esperienze già avute. Un altro fellow è entrato all’interno di un Comune come figura politica, quindi è rimasto in questo ecosistema; e un altro ancora sta facendo un dottorato grazie all’esperienza maturata in quei sei mesi. Quindi alcune persone rimangono all’interno dei Comuni, altre nelle realtà che sono collegate a stretto filo con le pubbliche amministrazioni. Per noi entrambi i casi sono una vittoria.

Il progetto può ritornare nella pubblica amministrazione centrale?

Potrebbe, però non è qualcosa che abbiamo nei nostri piani per i motivi che dicevo. È più complicato fare progetti concreti e inserire dei giovani all’interno delle amministrazioni centrali. La differenza sostanziale che abbiamo notato è che all’interno di un Comune un giovane è vista come una risorsa da cui trarre insegnamenti, con cui confrontarsi. Per dire una banalità, se il Comune vuole comunicare con un post su Instagram che ha intrapreso un’iniziativa particolare può chiedere al giovane, che ha più dimestichezza con la materia: le pubbliche amministrazioni comunicano anche ai giovani, quindi questo aspetto ha un valore. Questa nelle amministrazioni centrali non accade quanto in quelle locali, nel senso che si passa dall’essere percepiti come una risorsa ad essere più considerati come un peso. Certo dipende molto dalle persone che ci sono all’interno di ogni amministrazione, da come percepiscono questo tipo di progetti. Se si dovesse un giorno trovare un ministero, un ministro particolarmente interessato… Abbiamo spesso parlato con il ministero della pubblica amministrazione, però attualmente questa opportunità non c’è. Per quanto ci riguarda è un’opportunità che avrebbe molto valore, ma se non la percepiamo come utile per le persone che parteciperebbero non ha senso realizzarla. È utile magari per il curriculum di chi partecipa, però non cambia la traiettoria del Paese.

Credi che la percezione del ruolo del servizio pubblico tra i giovani stia migliorando?

L’attenzione ai temi pubblici, sì. Per far sì che migliori l’opinione sul lavoro dei public servant, sarebbe utile che costoro fossero più attenti ai temi che i giovani molto spesso dichiarano apertamente di avere vicini, che sono i temi del futuro. Il problema è che alcuni temi che noi abbiamo a cuore, e che spesso sono stati oggetto anche di manifestazioni in tutto il mondo, come il cambiamento climatico, non vengono trattati, non vengono visti come priorità. E non è che i giovani siano vicini ai temi del futuro perché sono dei sognatori, alcuni di loro lo sono ed è giusto che sia così come tutte le generazioni di giovani ogni volta; ma perché il futuro è dove vivremo noi!

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